Carcinoma Prostatico

Il carcinoma prostatico

Il Carcinoma prostatico è il tipo più frequente di tumore maligno che colpisce la prostata. Le statistiche degli ultimi 10 anni ci dicono che questa malattia è in aumento, fino a rappresentare il primo tumore maligno per frequenza diagnosticato nel maschio dopo i 60 anni ma, soprattutto, che questa neoplasia comincia ad essere riscontrata anche nei pazienti più giovani. Fortunatamente questa malattia viene spesso scoperta in fase iniziale quando non è ancora visibile né palpabile e quando, cioè, è possibile curarla in modo definitivo. Inoltre, l’evoluzione naturale del tumore può essere lenta a tal punto che in alcuni casi, non riesce a raggiungere la fase avanzata prima che il paziente muoia per altre cause. Ciò significa che l’urologo ha il dovere di scoprire il tumore in fase sempre più precoce nei pazienti giovani, di non esasperare gli esami diagnostici nei pazienti anziani e di consigliare la terapia più efficace ed il meno invasiva possibile in ciascun singolo caso.

Le cause che favoriscono lo sviluppo del tumore prostatico non sono ancora del tutto conosciute anche se fattori genetici, ambientali e alimentari (dieta ipercalorica) sono sicuramente implicati. A differenza dell’ipertrofia benigna il carcinoma generalmente nasce e si sviluppa nella zona periferica della ghiandola, cioè una zona che può essere palpata con la visita rettale. Nei casi iniziali, però, le cellule tumorali si possono trovare sparse a gruppi di piccole dimensioni (fig. A) e, quindi, non possono essere scoperte con la visita; la presenza del tumore può allora essere sospettata da un semplice prelievo di sangue per dosare il PSA (antigene prostatico specifico). In altri casi le cellule tumorali sono raggruppate a formare un nodulo (fig.B) che può facilmente essere riconosciuto all’esplorazione rettale come una zona più dura che a volte può anche deformare la superficie della ghiandola.

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La diagnosi

Quando il PSA risulta sospetto oppure la visita dell’urologo riscontra un nodulo indurito sulla superficie periferica della prostata, anche se il paziente non accusa disturbi, è consigliabile eseguire la biopsia prostatica. La biopsia viene generalmente eseguita ambulatorialmente o in day hospital, attraverso una sonda ecografica che, inserita nel retto, consente di dirigere un ago sottile in punti precisi della ghiandola ed eventualmente anche all’interno di noduli visibili con l’ecografia; l’ago, collegato ad un sistema automatico, preleva, in modo molto rapido e generalmente poco doloroso, piccoli campioni di tessuto prostatico che verranno esaminati al microscopio dallo specialista anatomo-patologo. Si devono eseguire almeno 12 prelievi, aumentando il numero quando si deve ripetere la biopsia a distanza di tempo. La ripetizione della biopsia è consigliabile se la prima biopsia è risultata negativa per tumore ma il PSA e/o la visita rettale rimangono sospetti oppure quando la prima biopsia ha riscontrato alterazioni come la PIN di alto grado esteso a più prelievi o l’ASAP che possono essere l’indizio di un carcinoma. Se la biopsia risulta positiva per tumore le informazioni ottenute, insieme al valore del PSA e al risultato della visita rettale, consentono di calcolare in modo statistico le probabilità che la malattia sia localizzata solo alla prostata. Prima che il medico possa consigliare la cura più adeguata, in alcuni casi è opportuno eseguire altri esami come la tomografia assiale computerizzata (TAC) o la risonanza magnetica nucleare (RMN) dell’addome e la scintigrafia ossea di tutto lo scheletro.

La chirurgia

Una delle terapie più diffuse per il tumore della prostata è rappresentata dall’intervento chirurgico, chiamato prostatectomia radicale, che prevede l’asportazione totale della prostata, delle vescichette seminali e, in alcuni casi, dei linfonodi, la legatura dei deferenti e l’anastomosi (unione per mezzo di punti di sutura) fra vescica e uretra.

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L’intervento può venire eseguito con tecnica laparoscopica o robotica. La laparoscopia è una tecnica operatoria che consente di eseguire l’intervento con particolari strumenti che passano all’interno di piccole cannule, del diametro di 5 e 10 mm, inseriti nell’addome attraverso piccoli buchi dello stesso diametro. Una particolare telecamera consente di operare guardando l’ immagine del campo operatorio su di un monitor. I vantaggi dimostrati da questa tecnica sono dovuti alla minore invasività che si traduce in minor sanguinamento, minor rischio di trasfusioni di sangue, più rapido recupero post-operatorio e più rapido ritorno alle normali attività quotidiane. La tecnica robotica ripropone l’approccio laparoscopico utilizzando un robot che viene comandato a distanza da un operatore che lo comanda seduto alla console di fianco al paziente. In entrambi i casi gli effetti collaterali dell’intervento che sono principalmente l’impotenza (deficit dell’erezione) e l’incontinenza dell’urina. Per fortuna questi effetti collaterali sono molto diminuiti negli ultimi anni grazie all’esperienza degli operatori che utilizzano tecniche chirurgiche intraoperatorie che consentono di risparmiare le strutture muscolari e nervose che controllano le suddette funzioni.
Una valida alternativa alla prostatectomia radicale è rappresentata dalla radioterapia, soprattutto nei pazienti in cui l’età o le condizioni generali di salute rendono rischioso l’intervento.
Qualsiasi cura venga effettuata (chirurgia, radioterapia, ormonoterapia) il paziente deve sottoporsi a controlli periodici, con frequenza stabilita dallo specialista in base allo stadio della malattia e al tipo di terapia. I controlli si basano sul dosaggio del PSA e sulla visita rettale; in assenza di sintomi questi semplici accertamenti sono sufficienti a rassicurare il paziente ad ogni controllo. E’ compito esclusivo dello specialista interpretare eventuali sintomi, movimenti del PSA o modificazioni della visita rettale e programmare ulteriori accertamenti.